Leopardi mi ha accompagnata nei miei giri nei boschi per molto tempo, perché anche lui cercava la Bellezza, e la seppe creare in Poesia e nei suoi scritti per resistere al dolore di questo modo. Ha fatto il suo viaggio unico fra i libri di una ricchissima biblioteca e rinchiuso in una gabbia dorata; un viaggio durato ben sette anni e dei frutti di quel viaggio, alla fine, ci ha fatto dono. Ovviamente i suoi contemporanei non compresero le sue opere. Accade sempre così… o quasi sempre. Lui odiava l’ottimismo borghese e idealista ed i borghesi ottimisti e idealisti dell’epoca, lo sapevano bene.

Leopardi non ha ceduto al dolore che la Vita gli ha preparato; lo ha preso e lo ha sublimato in qualche cosa di eterno. A chi si sente fragile, Leopardi ricorda che la fragilità nasconde una potenzialità infinita, e proprio dell’Infinito, lui racconta, scrive e declama con incrollabile direzione ferma, verso il Bello e l’Amore. Di quel che non vede, Leopardi sa immaginare e l’immaginazione diventa il suo senso per un mondo invisibile.

Chi sa fare questo, sa mutare il dolore in gioia, la malattia in forza e la sofferenza in gratitudine per la Bellezza del vivere; lui è la ginestra che fiorisce nel deserto, rendendo un luogo arido e morto in qualche cosa di veramente bello, vivo e pulsante. Non c’è limite a ciò che può creare l’animo umano, in qualsiasi condizione si trovi l’individuo e a prescindere da quanto la Vita lo metta alla prova. Questo è quello che racconta Leopardi con la propria vita, con la propria opera e questo è ciò che oggi, e sempre, all’uomo è concesso capire e scoprire, quando ci si affida ai versi mirabili di un potente, (e per nulla fragile) mago delle parole quale lui è stato.

Osservare la Natura con gli occhi di un poeta, implica il saper coglierne tutto; la dimensione universale della Vita e dell’Amore, ma anche della Morte e dell’Odio; chi ancora è vivo abbastanza, lo può fare, ma per saperne dire in modo da arrivare al centro dei cuori di chi legge, occorre essere fra gli eletti, fra i più grandi e lui era un uomo, ma era anche un eletto. Se così non fosse, il fato non gli avrebbe fornito quella biblioteca e tutto quell’amore di un padre che accudisce amorevolmente suo figlio, fino a diventarne ossessionato, e fino a farsi dipingere dal figlio come il nemico da vincere e al contempo amare.

Leopardi nel dialogo di Plotino e Porfirio, ragiona sulla legittimità di porre fine alla propria vita con il suicidio. Plotino, difende la vita con precisi ragionamenti, ma Porfirio li scardina tutti con logica e razionalità; rimane un solo ragionamento che Porfirio non sa demolire. Plotino fa presente a Porfirio che il suicidio è fonte di sofferenza per chi rimane in vita e Porfirio cede; l’amore per il prossimo è l’unica argomentazione valida per continuare a vivere e questo non è un ragionamento logico e razionale, ma basta per continuare un’esistenza terrena. La solidarietà, la compassione fra gli esseri umani nell’affrontare il dolore, è tutto ciò che rende degna la vita di essere vissuta. Questo è Leopardi.

Leopardi parla spesso della noia, perché la noia assomiglia molto al dolore di vivere; in Porfirio, la mancanza di significato di tutto ciò che accade, porta razionalmente a cercare nel suicidio la liberazione. La noia è uno dei fulcri dell’opera di Leopardi, perché il fastidio di vivere deriva spesso proprio dalla noia, dalla mancanza di senso. La visione stoica messa in contrapposizione con la visione platonica, in Leopardi assume un’importanza fondamentale, perché viene sottolineata l’inutilità della speculazione logica nelle decisioni concrete nella vita. Lui non è un Platonico, perché non crede nell’immortalità dell’anima, ma evidenzia comunque che nella praticità della vita quotidiana, le speculazioni filosofiche, lasciano il tempo che trovano.

La vita è una questione di comportamento pratico, non di speculazione razionale. A chi dice che i poeti vivono con la testa fra le nuvole, io spiegherei il dialogo di Plotino e Porfirio; la vita va tollerata anche per amore degli altri, anche se questo va contro la ragione. L’unione fra gli uomini è ciò che permette all’Umanità di sopravvivere e sopportare meglio il dolore inevitabile di vivere; in quest’epoca nella quale pare che ognuno debba provvedere unicamente a se stesso, in uno slancio individualista che rasenta la follia autolesionista e ignorando il prossimo finché non è fonte di guadagno, direi che il messaggio Leopardiano è quantomai urgente e importante diffonderlo.

Leopardi non era solo un poeta, ma anche un filosofo, anche se non ha lasciato dei veri e propri trattati; tuttavia nello Zibaldone si legge un diario chiaro del suo pensiero. Per lui è necessario difendersi dalla Natura, perché la Natura ci è nemica e l’unico modo per difendersi è unirsi in un rapporto compassionevole agli altri esseri umani. Lui nega che il progresso possa rendere felice l’essere umano e questo pensiero nichilista viene spesso osteggiato dai suoi contemporanei, ma oggi, col senno di poi, possiamo veramente dire che Leopardi avesse poi torto?

Lui prende in considerazione e seriamente il fatto che l’uomo è un pulviscolo che fa parte della Natura, ma che in quanto tale non può che subirla. Il contrasto fra ragione e natura e fra gli uomini antichi e gli uomini moderni sta nel fatto che nell’antichità l’uomo era più ingenuo, e quindi più felice; lo si legge nella poesia degli antichi, nella possibilità di poter ancora dare prova di eroismo per via della loro migliore e più forte prestanza fisica. Nell’antichità vi era un’idea benevola della Natura, mentre nell’uomo contemporaneo, questa illusione viene svelata; per Leopardi la Natura non è per nulla amica e da essa occorre difendersi.

Leopardi sottolinea che i sensi sono l’unico modo per l’essere umano di percepire la materia; l’esistenza quindi si può realizzare attraverso il piacere derivato dall’interazione diretta con la materia. Per questo l’uomo ricerca il piacere materiale, continuamente, ma senza poterlo ottenere veramente in modo appagante e completo; questo crea nell’uomo noia e frustrazione, perché si diventa consapevoli che la felicità è irraggiungibile. E mai come nell’uomo moderno queste componenti sono onnipresenti. La felicità è quindi un’illusione, una chimera che si fa inseguire in un meccanismo cieco che si riduce alla mera preservazione dell’esistenza, ed è qui che la Natura per Leopardi assume un’espressione negativa, mentre solo la Civiltà, la compassione umana dell’uno per l’altro, può aiutare l’uomo a sopportare l’esistenza.

Leopardi era un grande appassionato della Verità; il suo pensiero pessimista si è evoluto nell’arco della sua vita e gli è sempre servito per parlare della Vita stessa, ma senza dimenticarsi di viverla, nonostante la gabbia dorata nella quale era inizialmente rinchiuso. E come ne ha saputo parlare lui, pochi altri. Le romantiche dichiarazioni d’amore, le descrizioni sublimi della Natura che rasentano un Classicismo Romantico che ci porta via, in una visione di un vivere che è dato solo ai vati saper descrivere. La sua poesia è Bellezza. Lui ha saputo sfruttare tutte le sue potenzialità, a dispetto della malattia, del dolore, delle limitatezze contingenti; Leopardi, come uno dei più grandi, è l’esempio da seguire.

La ginestra: testo della lirica

E gli uomini vollero piuttosto
le tenebre che la luce.
GIOVANNI, III, 19.

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E’ il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E proceder il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così, qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel, profondo
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Sull’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontano l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri, per li templi
Deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per voti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino,
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

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Avatar elena delle selve

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14 risposte a “Leopardi”

    1. Avatar Elena Delle Selve

      Grazie a te per aver voluto leggere, Egle. 💛🌻💛

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  1. Avatar AJourneytotheHeart

    Che meraviglia Elena ! complimenti…più lo leggo e più mi appare moderno. Ti potrei raccontare mille cose sulla mia vita con Giacomo ma lo posso riassumere così : l’alter ego. Abbiamo perso il contatto con le cose semplici della vita, perfino con il dolore che redime, con il senso divino della Bellezza, con il senso di appartenenza alla comunità umana e dunque all’Amore incondizionale per il prossimo. Ho sempre pensato che sono queste radici che prima o poi daranno significato a questa Umanità sofferente, perchè senza radici non si può crescere. Grazie di cuore. ! 🙂

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    1. Avatar Elena Delle Selve

      Io non posso che essere d’accordo con te, con le tue parole con la tua riflessione. Lui è e rimane un punto di partenza sul quale focalizzare l’attenzione, per avere gli stimoli necessari a una rinascita concreta e reale. Io ci credo con tutta me stessa e faccio del mio meglio per passare questo messaggio. E come ti ho già detto, non sai quanto mi rende felice sapere e vedere che altri si muovono nella stessa direzione!!! Con gratitudine immensa. 🙂 💛💛💛💛💛💛🌻🌻🌻🌻

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  2. Avatar Le perle di R.

    Quando lo studiai a scuola lo trovai piuttosto noioso. Oggi, rileggendo il suo pensiero attraverso questo articolo, lo sto rivalutando. Ci rivedo “il mondo” di oggi con i suoi “mali”

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    1. Avatar Elena Delle Selve

      La scuola nel nostro paese, soprattutto negli ultimi decenni, ha avuto spesso il demerito di farci odiare il meglio che la Cultura Italiana ha prodotto nei secoli, e parlo anche per quanto riguarda la mia esperienza personale; per fortuna ho capito presto che si trattava solo del MODO in cui i poeti venivano proposti a noi studenti, a fare un po’ schifo, non i poeti stessi, che invece sono una pazzesca fonte di Meraviglia!!! Quello che può insegnare oggi Leopardi è quanto di più attuale e utile possa esserci, per noi stessi, ma anche per le nuove generazioni tartassate dal nulla più assoluto se va bene, e dalle bestialità più ignobili il più delle volte.

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  3. Avatar Frida la LoKa

    Guarda, io per ovvi motivi, non ho avuto la letteratura italiana, come essenza fondamentale in periodo escolastico, bensì, quanto quello spagnolo. Ma posso dire senza ombra di dubbio, e che purtroppo tanti, forse troppi italiani non sono in grado di capire la ricchezza artistica in generale, faccio riferimento a: da Pompei, passando per il legado di Roma(nel mondo), ecc. Senza dimenticare assolutamente, a livello letterario, che dire. Sono dell’idea che certi libri, non vadano imposti a scuola. Probabilmente a quell’età, non si ha, ancora visuto sufficientemente ” il mondo”, per capire.
    Post meraviglioso, grazie Elena, buona domenica 🤍🌷

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    1. Avatar Elena Delle Selve

      Vedi, non sono i libri il problema… è il modo in cui vengono proposti che è devastante e la responsabilità, nellamaggior parte dei casi, non è nemmeno degli insegnanti, ma proprio del tipo di programmi ministeriali che vengono imposti con delle modalità e dei tempi che non hanno assolutamente l’obiettivo di passare la Bellezza ai ragazzi. Il risultato? Il rifiuto di ciò che potenzialmente li potrebbe arricchire immensamente. Li vogliono poveri, in tutti i sensi… e spenti, annoiati, disillusi e anche un po’ depressi, così gli possono pure fare qualche trattamento psicofarmacologico.

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      1. Avatar Frida la LoKa

        Non facciamo di tutta l’erba un faccio, com’è vero che tanti insegnanti, vanno in modalità automatica, ed entrano in loop, e poi pretendono che i ragazzi non imparino tante cose a memoria. E loro?
        Buona giornata cara Elena 🤍🌷

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      2. Avatar Elena Delle Selve

        Lo so, c’è anche questo, non è per difendere la categoria degli insegnanti, ma per difendere quei pochi che davvero ce la mettono tutta in un ambiente che fa di tutto per demotivare, non solo gli studenti, ma anche glio insegnanti stessi. Poi, anche secondo me, l’insegnamento è una vocazione e se non ce l’hai fai solo danni. Io ne ho avuto le prove sulla mia pelle, come molti altri… ma di sicuro l’ambiente scolastico non aiuta. Risultato: ignoranza diffusa, a profusione!!!

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  4. Avatar Lisa

    Bellissimo post, mi ha riacceso la memoria sulla bellezza del pensiero di Leopardi. Profondo e toccante. Grazie!

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    1. Avatar Elena Delle Selve

      Ne sono felicissima; questo era l’intento. Ti ringrazio per aver letto e commentato!! Grazie davvero!! 💛🌻🌻🌻🌻

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