“Il compito della scuola è dare alla persona la capacità di ragionare sulle cose e imparare a pensare!!” Questo significava “insegnare” per il Maestro Manzi. Non mi pare che la sua idea di scuola sia stata accolta molto. Ha prevalso il nozionismo, che lui disse già allora, può essere appreso anche guardando un film, o la televisione, ma non forma una persona. Aveva ragione lui, perché oggi ne vediamo i risultati; di certo non si impara a ragionare e a pensare guardando la televisione. Gli stimoli che può dare un insegnante, per portare un alunno a riflettere sulle cose, non possono essere sostituiti dal mero nozionismo e dai test a quiz!
Fare recitare i bambini, cn delle scenette, stimola la creatività e rende fervida l’immaginazione, ovvero quella componente intellettiva che poi permette di affrontare i problemi nella vita e trovare le giuste soluzioni. L’esperienza pratica nell’apprendimento è fondamentale, affinché non rimanga la mera nozione da imparare a memoria. Quante attività pratiche si fanno fare oggi ai bambini nelle scuole? Stimolare la curiosità significa stimolare la capacità di pensiero. Oggi, mi chiedo, quanto vengono stimolati i bambini ad essere curiosi e diventare parte attiva di una lezione? Non è che oggi si preferisce che stiano buonini, fermi e passivi, piuttosto? E magari, se un bambino è fin troppo attivo, è anche il caso di sedarlo con una buona dose di psicofarmaci, piuttosto.
La colpa è anche di “Internet”, che ha piegato le nostre menti nella idea che con 2 clic si possa avere la risposta a qualsiasi domanda.
Perché sforzarsi di sapere, capire, conoscere, quando – in caso di necessità – posso chiedere a Google?
Il mio non è qualunquismo, purtroppo: moltissimi ragazzi (e genitori) la pensano proprio così.
Ma proprio perché ci sono tecnologie potenti che potrebbero venire sfruttate per l’educazione, anziché rendere i ragazzi succubi, la scuola dovrebbe prendere in mano la situazione e farne un uso intelligente. La scuola dovrebbe essere quel luogo dove certe tendenze malsane vengono trasmutate in qualche cosa di educativo e utile, per insegnare anche ad utilizzare la tecnologia in modo intelligente. Ma tutto sembra concorrere ad amplificare l’ignoranza, il pressapochismo, la non curanza ed il menefreghismo. E’ un vero peccato, perché anziché insegnare ai ragazzi a cogliere l’opportunità grandiosa di una risorsa come la rete, usandola per fini “alti”, gli si insegna ad esserne schiavi.
Io son ottimista, perché chi è pessimista come te sulla scuola istituzionale, sta creando delle scuole libere che promettono molto, molto bene. Basta darsi da fare e creare delle soluzioni valide. Il punto è che fare qualche cosa di alternativo concreto e valido richiede impegno e dedizione, mentre la maggior parte della gente preferisce vivere comoda, ma lamentarsi.
Il fatto è che le linee guida per l’istruzione, compresi i programmi e gli argomenti di studio, vengono dettati a livello governativo, non sono in mano ai singoli insegnanti.
Per cui “fare qualche cosa di alternativo concreto e valido richiede impegno e dedizione” OK, ma i margini sono ridottissimi.
Come può un insegnante di lettere dedicare più tempo ad un Autore, se poi deve forzatamente rispettare un programma che poi è soggetto a valutazione? Se tu come insegnante OSI insegnare qualcosa che non è presente nei libri, ti becchi subito le lamentele dei genitori, che poi vanno dal preside e ti becchi i rimproveri ufficiali.
Se poi devi portare i ragazzi all’esame (es. maturità), guai non rispettare il programma pagina per pagina.
Il punto è proprio questo ed è per questo che nascono le scuole parentali; la gente che davvero tiene all’educazione dei figli, si sta organizzando. Sono ovviamente denigrate e additate come sovversive, perché minano la scuola istituzionale, ma dal mio punto di vista e onestamente parlando, visto quello che sta succedendo nella scuola istituzionale, anche se venisse minata dalla presenza di scuole alternative, chi ne guadagnerebbe sono proprio i ragazzi. Certo i genitori che vogliono la vita comoda, non ci stanno, perché questo significa prendersi veramente in carico l’educazione dei figli, in modo serio e impegnandosi in prima persona. Ma pazienza; secondo me si creerà una selezione inevitabile. Chi ci tiene davvero creerà un’ambito educativo di qualità, e gli altri continueranno a “fidarsi” di quello che c’è, perché fa comodo. Ovviamente le direttive istituzionali come dici tu verranno rispettate, ma un conto è rispettarle con un metodo che viene calato dall’alto e un conto è rispettarle facendo scuola in modo libero. Per di più queste realtà stanno crescendo e si stanno rafforzando; è fisiologico che avvenga, perché non è poi vero che gli italiani sono tutti un popolo di zombie menefreghisti! C’è anche chi ha una coscienza e ai figli ci tiene.
Non conosco le “scuole parentali”, ma non è questo il punto.
Il punto è che lo Stato DOVREBBE svolgere il proprio ruolo educativo, senza necessità di delegarlo alla buona volontà dei singoli.
MIo caro, il discorso è sempre lo stesso: lo Stato si adegua a quello che viene richiesto dai cittadini e se i cittadini si “affidano” allo Stato e poi si “accontentano” comodamente a quello che lo Stato passa, la responsabilità è sempre loro, dei cittadini. C’è chi lo capisce e si organizza di conseguenza (e siccome sono una minoranza lo fanno con immane fatica) e chi invece si aggrega al gregge e va avanti a lamentarsi, ma in definitiva, visto che è più comodo, “lascia fare”. E questa è la realtà delle cose, volenti o nolenti. Lo Stato è lo specchio della maggioranza della gente che lo Stato rappresenta; né più, né meno.
Elena, scusami, ma ti trovo troppo tagliente nei giudizi.
Io ho la scuola pubblica a 100 metri da casa, elementari e medie.
Secondo te io dove avrei dovuto mandare a scuola mio figlio, dato che non avevo alternative?
Faccio parte del gregge?
Non sta a me dirti niente, Andrea. Io ti espongo la situazione per come la vedo per come la vivo. C’è gente che ha la scuola come te a due passi da casa e i figli non ce li vuole mandare e gli fanno scuola a casa, con altri bambini, metodi e insegnanti che scelgono loro. Certo non è semplice, ma ad ognuno le proprie scelte, ci mancherebbe. E io non sono nessuno per giudicare nessuno. Ma due domande sul perché accade questo, io me le son fatte. E le risposte che ho ricevuto mi hanno fatto dire che se io avessi figli piccoli, molto probabilmente a scuola non li manderei. Ma ovviamente, ognuno fa quel che più gli sembra più congeniale. Mica siamo tutti uguali.
La scuola è socialità, insegnare a confrontarsi, sconfiggere la timidezza dell’interrogazione e imparare ad essere sempre più autonomi. I programmi ministeriali servono come linee guida, ma il più delle volte vengono rispettati parola per parola. Ci vorrebbe un insegnante virtuoso e metodi di apprendimento diversificati. Far studiare il figlio a casa, per mio conto, soddisfa il genitore, ma riduce la socialità del bimbo. Non so quanto serva per il confronto con le realtà quotidiane. È come una campana di vetro in cui mettere il bimbo.
I genitori che fanno studiare i figli a casa, li fanno studiare nella maggior parte dei casi con altri bambini di altre famiglie, perché così le spese per eventuali insegnanti e consulenti privati vengono divise e sostenute con maggior facilità; questo è quello che avviene dalle mie parti, quantomeno, e la questione socialità non tiene. Per di più sono famiglie che hanno figli di ogni età ed i ragazzi vedo che si rendono responsabili anche dei più piccoli, cosa che in una scuola pubblica è impossibile che avvenga. L’attività didattica avviene spesso all’aperto, in luoghi dove i bambini si possono anche muovere, mentre imparano e sono sorvegliati direttamente dai genitori, o da persone affidabili; anche questo ritengo che nella scuola pubblica sia pressoché impossibile farlo. E non si tratta di campane di vetro, a mio modesto avviso: si tratta di momenti dove al bambino vengono fornite basi concrete e per quel che ho visto, ottimamente strutturate anche in termini di contenuti. Se per “campana di vetro” si intende l’evitare l’esposizione dei bambini a situazioni caotiche di noia profonda, perché da quel che mi raccontano i bambini che vanno a scuola, è questo che succede, io direi che quella che chiami campana, per me è una buona campana. I genitori hanno una visuale costante e dettagliata dei bambini anche in termini di apprendimento e sanno intervenire, spesso su consiglio di esperti, prima che un eventuale difficoltà diventi un problema invalicabile; non lo so se questo nella scuola pubblica è possibile con lo stesso tempismo; mi raccontano di bambini che vengono diagnosticati dislessici con anni di ritardo.
Conosco le scuole nel bosco, ma per me sono solo mettere un tappo alle mancanze. Penso che la scuola statale debba insegnare un’istruzione base. Sono i genitori che devono far crescere i figli in un ambiente curioso e sperimentare con loro qualsiasi cosa per mantenerli curiosi e intraprendenti, non gli insegnanti. Se tu fai crescere un figlio con solo una tipologia di bambini eletti e benestanti da potersi permettere di scegliere insegnanti, non poco costosi e non li metti nella fossa dei leoni (il mondo di adesso), vivranno un’infanzia falsata e surreale. Non è una questione di interessamento o meno, è monetaria in primo luogo, e in secondo luogo è falsa. La vita è fuori dalla scuola nel bosco, la vita è dura e se faciliti l’istruzione non impareranno mai a lottare.
Ti assicuro che i bambini di cui ti parlo non sono figli di genitori benestanti; ma i genitori preferiscono spendere tutto per l’educazione dei figli in un ambiente che per loro è più “sano”; e non fanno le ferie, non fanno shopping, magari, ma si occupano dell’educazione dei figli. Per di più, ti sembrerà strano, ma oltre ai genitori stessi, ci sono anche insegnanti che si prestano in maniera quasi volontaria a tal fine. Vengono risarcite solo le spese di viaggio, il più delle volte e all’occorrenza. Gente che ci crede, insomma. E non sto parlando delle scuole nel bosco; parlo di scuole parentali, che spesso usano i boschi come aula didattica, ma non sempre, ovviamente. E ti assicuro anche che questa gente, la vita la conosce benissimo, perché se la vive ogni giorno, come tutti gli altri e forse anche di più. Ma prima di farti un’idea, ti invito a cercarne qualcuna e di parlarci; è il modo migliore per renderti conto.
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