Un commento della mitica Fairy Qu33n ad un mio post recente mi ha fatto riflettere su una questione sulla quale rimugino da tempo; si parlava delle abitudini letterarie nei luoghi di ritiro, ovvero di quel che si legge quando si sta seduti sul cesso. Lo so, a qualcuno la parola “cesso” appare volgare e un po’ scurrile, (me lo hanno fatto notare) fatto sta che le alternative mi sembrano ipocritamente troppo eleganti.
Un cesso è un cesso e volenti o nolenti oggi come ieri lo usiamo fortunatamente tutti (auspico). La tazza del wc non mi piace come terminologia, perché non so voi, ma io le tazze le uso per bere, non per fare la cacca (vedete? So essere elegante… qui potevo usare un’altra parola e invece ho detto “cacca”). Wc, poi, mi suona straniero e noi siamo di Terra Italica, la w doppia la usiamo poco o niente e allora rivendichiamo la terminologia nostrana. Ma la questione della quale voglio parlare non è questa, bensì un ragionamento che voglio fare legato alle “comodità”. Sì, perché oggi viviamo comodi, è inutile che ci si lamenti tanto!! E leggere sul cesso in una stanza da bagno calda è un lusso, anche se non lo sappiamo. Ma io lo so e fra un po’ vi dico perché.
Ho già espresso la mia visione sulla questione della lamentela fine a se stessa che aleggia sovrana di questi tempi, in un mio antico post su questo blog e non ci voglio ritornare; piuttosto, ci avete fatto caso che la parola lamentela è costituita da tre parole: “LA – MENTE – LA”. Questa cosa mi è venuta in MENTE adesso, (sempre di mente si parla) perché dice esattamente che cosa succede quando uno o una si lamenta; quando ci lamentiamo la mente non è più nel qui e ora, ma è là, concentrata sull’oggetto di lamentela, che di solito è posizionato nel passato, ma sto nuovamente divagando. Torniamo all’oggetto del giorno.
Due giorni fa ero al bar; caso raro, ci vado poco. Ma due giorni fa sono scesa in città per questioni improrogabili e ho dovuto fermarmi al bar, perché lì mi dovevo incontrare con un’amabile ragazzina (una splendida e solare diciassettenne) con la quale devo collaborare per un lavoro. Io ho ordinato un caffè. Io al bar bevo sempre il caffè, di solito… associo il bar al caffè, punto. Con me i baristi hanno vita facile. La ragazzina ha ordinato un cappuccino; ci ha messo tre minuti a spiegare al ragazzo come lo voleva.
La cosa che mi ha stupita è stata la pazienza e la pacatezza con la quale il ragazzo del bar ha preso nota della comanda. Ho fatto la barista, in passato, ma io tanta pazienza non l’ho mai coltivata. Il cappuccino doveva essere, nell’ordine: tiepido, senza schiuma, con poco caffè e con due bustine di zucchero di canna. Sulle prime ho pensato di non aver capito bene, ma vedevo il ragazzo che prendeva nota senza battere ciglio, quindi ho pensato anche che forse, io ero solo una boomer, come ci chiamano adesso, e certe cose non le potevo capire.
Fatto sta che quando il cappuccino è arrivato, la ragazza ha sbuffato. Sapete perché ha sbuffato? Perché il ragazzo, gentilmente, ha decorato il cappuccino con un bel cigno, usando il filo di schiuma che c’era sulla superficie. Vi dico che era un filo millimetrico di schiuma, tanto che volevo fare un applauso al ragazzo, perché era riuscito a rendere il cappuccino bello, gradevole con una miseria di schiuma. Ma la ragazza non voleva la schiuma. Nemmeno un filo. Quindi? Quindi non ha bevuto il cappuccino. Ovvio, no? Proprio così. Ma fosse finita lì, pazienza.
Il punto è che la ragazzina si è lamentata con il barista al momento di pagare (e ho pagato io, ovviamente, compreso il cappuccino, ovviamente) e si è lamentata per almeno cinque minuti anche dopo essere uscita dal bar. Ora, se io non avessi imparato a stare lontana dal latte perché ho capito che non lo tollero, essendo stata svezzata da un po’ di anni, quel cappuccino lo avrei bevuto io, così, d’un fiato, piuttosto che lasciarlo lì e piuttosto che mortificare quel ragazzo per una cosa da niente. Ma lei era una mia collaboratrice, non volevo cominciare male la giornata e a malincuore ho lasciato perdere. Ma perché vi racconto questo, in un post che è partito parlando delle abitudini nei cessi? Adesso arrivo al dunque.
Vi ho raccontato di quel momento in cui io sono stata fisicamente male… fino al punto del quasi non ritorno, vero? Si tratta di un post recente, quindi se vi interessa la vicenda di riferimento, basta fare due passi indietro. Bene, in quel periodo a dir poco un tantino nefasto, rimasi senza legna e con una caldaia guasta in pieno inverno. Non avevo le forze fisiche per provvedere e in inverno qui non si scherza: quando fa freddo, fa freddo davvero. Quando dico che ero isolata, intendo dire che ero isolata. Punto.
Lo so, lo so… state pensando che a tutto c’è rimedio, ma io vi assicuro che non è facile affrontare una situazione di malattia acuta in una casa isolata che ha come temperatura media 4 gradi. Avevo molte coperte, un cane e due gatti. Loro mi scaldavano, io scaldavo loro… siamo ancora quasi tutti vivi. Sì perché poi uno dei due gatti, quello più anziano, purtroppo è morto. Un compagno di vita amabilissimo, come solo un gatto sa essere. Non ce l’ha fatta. Forse sarebbe morto comunque, non lo so. Mi sono rimasti un cane e un gatto. Ve l’ho detto che è stato un periodo nefasto, no? Bene, vi racconto tutto questo perché, come potete immaginare, in quel periodo, io come tutti, usavo il bagno, compreso il famoso cesso.
Quando tu hai la febbre a quaranta, usare un cesso in una stanza a 4 gradi comporta una certa “scossa” fisica, voi mi capite. Per non parlare di che cosa comporta poi la fase successiva, che implica il lavarsi con dell’acqua che ha una temperatura altrettanto poco piacevole. Vabbeh… se non lo avete provato, vi auguro di non doverlo provare mai. A meno che non abbiate velleità masochistiche. Eppure mi son trovata a pensare: “Beh, sarà fredda, ma almeno c’è l’acqua!” Vi giuro che ho pensato questo.
Fatto sta che in quel periodo, in quel letto fra sudori freddi e sudate bollenti, ho avuto modo di pensare ai motivi per i quali noi tutti oggi ci lamentiamo spesso. Ai motivi per i quali la gente dice che va sempre tutto male, che le cose stanno andando a rotoli. Ho avuto modo di pensare a quelli che all’inizio del secolo scorso, di frequente si trovavano a vivere degli inverni un po’ come quello che malauguratamente ho passato anch’io. Bene, se il mio post precedente sulla lamentela non fosse bastato a passare il concetto, vi ribadisco ufficialmente che noi oggi ci lamentiamo spesso per un cazzo!
In fin dei conti il mio scritto potrebbe finire qui, ma forse occorre dire ancora due o tre cosette, per cercare di farmi capire meglio, anche a fronte della vicenda della ragazzina e del cappuccino. Il punto è che per capire l’importanza di certe cose, anche di cose semplici come quelle di una stanza da bagno calda, con dell’acqua calda che ti esce dal bidet, occorre avere dei termini di paragone chiari e la maggior parte di noi, oggi, non li ha più.
Non abbiamo termini di paragone perché fortunatamente siamo nati e cresciuti in un periodo storico privo di conflitti (parlo della mia generazione, nata dopo gli anni 50 e parlo del nostro territorio, della Terra Italica), in un momento di benessere, dove il cibo abbonda, dove un tetto sulla testa ce l’hanno quasi tutti, dove la vita sociale è una prerogativa che è aperta a tutti (lasciamo perdere il periodo della pandemenza, che comunque è servito appunto come termine di paragone in negativo, ma efficace), tutti sanno scrivere e leggere (anche se sappiamo che c’è un analfabetismo di ritorno che sconcerta), dove tutti hanno l’acqua in casa, anche quella calda e caldissima, dove i panni si lavano in lavatrice e non a mano (mia madre era del 1940 e mi raccontava che lei le lenzuola le bolliva in casa con la cenere, poi le andava a lavare alla fontana, risciacquandoli nell’acqua gelida, anche in inverno, ovviamente, mica briscole!), dove molti hanno una lavastoviglie, un bel divano, un letto col materasso del Mastrota, i mobili dell’Ikea e le finestre col doppio vetro, se non triplo. Insomma, le cose ci vanno di lusso, solo che noi non lo sappiamo.
Per scoprirlo occorre trovarsi con l’acqua alla gola (o con l’acqua gelida nel bidet e il corpo a una temperatura di 40 gradi), col culo per terra, ovvero in una baita di montagna senza riscaldamento e senza legna, con la febbre in pieno inverno, ma questa, per fortuna, non è una vicenda che tocca a molti. E comunico ufficialmente che quel che non ammazza rende più forti. Ci tengo a dire che di solito le scorte di legna sono la prassi, ma questa volta è andata così per una serie di imprevisti che hanno dell’incredibile e che non vi sto a raccontare. Forse un’altra volta.
Ma detto questo, io che certe cose le ho passate per qualche mese, vi assicuro che una terapia d’urto ogni tanto farebbe rinsavire anche i più lamentosi e mi è venuto cinicamente da pensare questo: “Ma vuoi vedere che i satanassi ci stanno torchiando per farci capire che potrebbe andarci molto, molto, ma molto peggio di come ci va ora?!” Insomma, oltre che uscire dalle ubbie paurose del “oddio, moriremo tutti!!” (che è una banalità ovvia, ma che a qualcuno pare una roba da non credere), occorre uscire anche dalle ubbie del “viviamo in un mondo di merda!”.
Tutto è relativo; Se voi chiedete all’ultimo reduce della Guerra di Russia cosa ne pensa della vita di oggi rispetto alla vita di una volta in fatto di comodità, mi sa che vi dirà che oggi viviamo nella bambagia. Altro che vita di merda! Se lo chiedete a un giovanotto del 2010 che vuole fare i soldi con il trading online per comprarsi la Lamborghini, mi sa che vi dirà che oggi la vita è una merda, perché non ce la fa ad arrivare alla cifra voluta in un tempo ragionevole. Ma il giovanotto di cui sopra, c’è da dire che mica ha mai messo le scarpe senza suola per marciare nella neve e non ha mai dovuto togliere le scarpe ai commilitoni morti, perché erano messe meglio delle sue. E per fortuna, aggiungo! Sia mai!!
Ma se, ad esempio, chiedete a me se è meglio avere il cappuccino tiepido, senza schiuma e con lo zucchero di canna, con o senza il fiorellino o il cuoricino sopra, realizzato con la poca schiuma che il barista ha faticato a decorare, o l’acqua calda nel bidet, io vi rispondo: fanculo il cappuccino tiepido con tutte le pretese annesse. Non lo so se ho reso l’idea, anche vaga, di quello che volevo dire. Io non sto auspicando una marcia nella neve o un bidet con l’acqua fredda a nessuno, sia chiaro; sto solo invitando a ragionare su quello che significano certe frasi dette alla leggera e tanto per dire e che cosa significa vivere con tutte le comodità delle quali possiamo godere oggi. Non è retorica, pensateci. Perché a forza di lamentarci che non ci va bene, potremmo tirarci addosso qualcosa che tanto bene non va più. Capitemi, se potete. E se potete, ricordatevi anche voi di ringraziare on solo perché avete l’acqua calda in casa, ma anche solo perché avete l’acqua!
Con Amore e Gratitudine auguro a tutti Lunga Vita e Prosperità.


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